Perché un ponte crolla: quando è la cattiva gestione a ostacolare l'ingegneria

pubblicato da IDEALISTA


modificato il 11/10/2018 16:14

Costruire un ponte che non crolla. Monitorare il suo stato di usura. Prevedere gli interventi da effettuare prima che si verifichino tragedie come quella del Viadotto Morandi di Genova. Non è utopia ma realtà possibile. Eppure i problemi di gestione e la mancata condivisione di informazioni utili spesso si mettono di traverso, creando danni. idealista/news ha cercato di fare chiarezza con l’ing. Mauro Eugenio Giuliani, membro della Commissione Strutture dell'Ordine degli Ingegneri della Provincia di Milano.

“Prevedere” i crolli si può, per le strutture recenti

La prima e forse - alla luce di quel che è successo a Genova e non solo - sbalorditiva considerazione che c’è da fare è che prevedere quando un ponte crollerà potrebbe non essere materia da fantascienza. I materiali di costruzione, infatti, hanno una loro vita media, che è possibile valutare. Quindi, in linea teorica, le tragedie si potrebbero prevenire ed evitare. Purtroppo però, una buona previsione è fattibile solo per alcune costruzioni, le più “giovani”. Ma è lecito pensare che non sia tecnicamente impossibile ipotizzare quale sia la vita residua di costruzioni anche più datate.

“Per le opere costruite più di recente – spiega l’Ing. Giuliani – si può dire che il gestore dell’infrastruttura conosca già al momento della consegna tanto la sua vita media, che dipende dalle caratteristiche dei materiali con cui è fatta, quanto gli interventi di manutenzione di cui necessita. Infatti per le opere che datano 10 o 20 anni si segue una prassi che prevede di allegare, già in fase di progettazione, una documentazione relativa alla prospettiva di vita della struttura. In più occorre fornire la descrizione degli interventi di manutenzione da effettuare periodicamente, con relativo manuale di istruzioni”. Quindi, tutto ciò che è stato costruito dagli anni 90 in poi (ponti, ma non solo) dovrebbe essere già dotato di “pedigree”: chiunque gestisca queste strutture in teoria già sa come prevenirne il deterioramento.

Manutenzione delle infrastrutture: manca una procedura unica

Ma cosa accade invece alle opere più vecchie, che costituiscono forse la gran parte del patrimonio strutturale italiano? “Queste non seguono la prassi che ho descritto, perché non era prevista ai tempi della loro costruzione – risponde l’Ing. Giuliani. – Il problema che si crea, di conseguenza, è che nel nostro Paese ci sono strutture gestite in modo diverso tra loro, e che non esiste un sistema condiviso di informazioni riguardo a ciò, né un unico protocollo da seguire per il loro mantenimento. Ogni amministrazione e ogni concessionaria segue le proprie prassi e gestisce i propri dati indipendentemente dalle altre”. Quindi i dati sullo stato delle opere esistono, ma a macchia di leopardo. Cosa che non aiuta gli esperti, i quali in questo modo non sono nelle condizioni di farsi un’idea di quanto lo stesso tipo di intervento sia richiesto, di quali problemi si presentino più di frequente, né possono sviluppare procedure comuni che velocizzerebbero molto le cose in caso di bisogno.

Sensori per il monitoraggio dei ponti: sono utili?

Una possibile soluzione che si è sentita proporre negli ultimi tempi è quella del monitoraggio delle infrastrutture tramite sensori o attraverso il controllo satellitare. Tecniche efficaci? “Premesso che, dal punto di vista tecnico, non esiste un metodo universale per fotografare lo stato di un’opera – risponde l’Ing. Giuliani – parlare genericamente di “sensore” o controllo via satellite è una semplificazione. Esistono, è vero, strumenti per valutare lo stato di invecchiamento delle opere, ma non è pensabile utilizzare lo stesso tipo di misurazione per opere diverse. Come diversi esseri umani, dal medico, ascoltano diagnosi diverse, nonostante le malattie possibili siano sempre le medesime, così lo stato di salute di una struttura si può misurare attraverso grandezze uguali (deformazioni, risposte dinamiche, fessurazione, degrado, corrosione), ma sono diverse le combinazioni di queste grandezze che possono creare allarme per ogni opera. Quindi il sistema di monitoraggio non può essere unico per tutte”.

“Quanto ai costi – aggiunge l’Ing. Giuliani – è vero che installare un sensore costa relativamente poco (nell’ordine di poche decine di migliaia di euro), ma occorrerebbe investire prima di tutto per progettare il sistema tarandolo su ogni singola opera, e poi per dotarsi di risorse umane e ingegneristiche per analizzare i dati ottenuti dal monitoraggio. Un investimento che raramente si fa, per questione di cultura: l’infrastruttura non è percepita come un oggetto vivo da curare continuamente, ma come una commodity che una volta creata resti lì, immutata, solo a generare reddito”.

L’Italia non è una “pecora nera”

È un problema solo italiano? “No, - risponde l’Ing. Giuliani - si tratta di un problema diffuso a livello mondiale. Paradossalmente si potrebbe dire che anche in Cina, dotata com’è di infrastrutture nuovissime, qualche ponte è caduto, ma la questione è legata ai difetti fisiologici di uno sviluppo quasi istantaneo di una quantità impressionante di opere: insomma qualche opera è fatta male…  Ma tornando al tema delle infrastrutture che invecchiano,  è ad esempio un problema anche americano, o del mondo occidentale sviluppatosi molto nel dopoguerra. L’Italia non è un’eccezione: tutte le infrastrutture anni 50-60 versano in condizioni simili ovunque. Ovviamente, i Paesi che hanno più risorse da dedicare a questo tema risolvono le cose meglio di chi lo fa meno”.

costruire un ponte che non crolla: le tre regole d'oro

Partendo dalle fondamenta, allora: come si costruisce un ponte che non crolla? “Ovviamente la ricetta del ponte perfetto non esiste – risponde l’Ing. Giuliani. - Ma di ponti fatti bene e che funzionano ce ne sono tanti: tutti quelli che non sono stati mal concepiti, costruiti con errori tecnici o sotto l’onda di una pericolosa spettacolarizzazione.  In generale perché un’opera sia ben fatta basta seguire pochi semplici principi: primo, semplicità e chiarezza concettuale (che non vuol dire banalità), tradotte geometricamente in una struttura che deve essere facilmente accessibile ed ispezionabile; secondo, le parti soggette a usura devono facilmente verificabili e sostituibiliterzo, i sistemi di protezione dei materiali (ad esempio, contro la corrosione nel caso dei metalli) devono essere più all’avanguardia possibile. Del resto, le strutture sono già programmate per essere vive e operative per un certo tempo: basta seguire le istruzioni. I ponti vanno pensati come fossero automobili, a cui va fatto periodicamente il tagliando. Nessuna opera è eterna, occorre solo prenderne atto e agire di conseguenza”.

Se è così semplice, perché non si fa? “Il tema è duplice, e riguarda la politica e le risorse disponibili – risponde l’Ing. Giuliani. – Il problema dell’invecchiamento strutturale non è impossibile da risolvere, basterebbe riportarlo all’ordine del giorno dell’agenda politica, farne una questione non solo emergenziale ma sistematica, stanziare fondi adeguati per la manutenzione continua. Gli strumenti esistono, e le capacità tecniche anche. Perché allora non si agisce in questo senso? Perché mettere a sistema una campagna di verifica di tutte le opere vuol dire investire molto, gestire un problema complesso e non avere necessariamente una remunerazione politica in termini di voti”.


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